C’erano una volta lavoratori bambini e ci sono ancora.

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Proprio mentre stai leggendo questo articolo, 168 milioni di bambini lavorano nel mondo. Nella tragica carta geografica del lavoro minorile Asia e Pacifico detengono il macabro primato – il 9,3% dei minori, ovvero 78 milioni -, sono 59 milioni i bambini lavoratori nell’Africa subsahariana, 13 milioni in America latina e 9,2 milioni in Nord Africa. Sono numeri raccapriccianti e sono i frutti della povertà estrema. Agnès Kabore Ouattara, Presidente del Comitato Africano di esperti su Diritti e benessere dell’infanzia, ha detto che «la questione dei bambini che lavorano e vivono per strada nelle città e nei villaggi africani è solo la faccia visibile di violazioni dei diritti su larga scala. È una conseguenza di fattori socio-economici quali la povertà, l’esplosione demografica, i fenomeni di urbanizzazione, le crisi politiche, come pure i problemi inter-personali, come la violenza e il rifiuto a casa in famiglie disfunzionali.». Facile capire come queste parole non si adattino soltanto al panorama africano.

Se un lavoro coinvolge i bambini è per definizione drammatico, eppure ce ne sono alcuni peggiori di altri. L’UNICEF lo chiama child labour e presuppone lo sfruttamento economico in condizione nocive per il benessere psico-fisico del bambino, distinguendolo dal children’s work, una forma di lavoro più leggero che non pregiudica salute e istruzione del minore.

Alcuni esempi di child labour?

Le miniere della Cambogia dove i giovanissimi lavoratori sono a contatto con sostanze chimiche e pericolosi macchinari. Nelle piantagioni di tè dello Zimbabwe si respirano pesticidi agricoli senza alcuna protezione. Il lavoro di strada, che nella sola Dakar coinvolge 8000 bambini, garantisce una misera sopravvivenza nelle metropoli latino-americane, africane e asiatiche se si raccolgono rifiuti. LILO, Organizzazione Internazionale del Lavoro, stima la presenza 74 milioni di bambini impiegati in varie forme di lavoro pericoloso.

Un milione di bambini, inoltre, ogni anno è coinvolto nella tragedia dello sfruttamento sessuale.

Infine c’è il lavoro domestico e familiare, una forma ancor più sibillina in quanto invisibile, dunque non quantificabile, che vede impiegate soprattutto le bambine, spesso vere e proprie schiave e vittime di continui abusi e violenze.

Negli ultimi due decenni il mondo ha sviluppato una coscienza di quanto il lavoro minorile sia un problema sociale e umano. Tanto è stato già fatto e i risultati si vedono, nel 2000 i bambini lavoratori erano 246 milioni, oggi sono diminuiti di quasi un terzo. L’impegno dell’UNICEF, che riconosce i bambini lavoratori come principali interlocutori per comprendere il fenomeno, ha dato voce alle vittime, questo ha portato a risultati concreti, come la diminuzione del 26% del numero di minori impiegati in lavori pericolosi in America latina. L’ILO nel 1992 ha lanciato il suo programma per l’eliminazione del lavoro minorile, IPEC, con l’obiettivo di garantire ai minori educazione e formazione affinché crescano e lavorino in condizioni dignitose.

«Io credo che i bambini nel mondo debbano essere liberi di crescere e diventare adulti, in salute, pace e dignità». Lo ha affermato Nelson Mandela con estrema semplicità, ci impegniamo a ricordarlo più spesso?