I sette peccati del Greenwashing.

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(scritto da Valeria Amadei, studentessa in Economia dell’impresa all’università di Bologna, sede di Rimini, attualmente svolge tirocinio presso Sbankiamo)

Greenwashing: da green –verde, indica il settore ambientale- e wash –lavare-. Di cosa si tratta? È una pratica usata dalle grandi aziende per crearsi un’immagine positiva sul piano ecologico, distogliendo l’attenzione dagli impatti negativi del loro operato. Come ci si lava la coscienza? Semplice, si nascondono i propri errori dietro una bella mano di verde!

L’organizzazione indipendente UL, tramite un rapporto di Terrachoice, ha creato una guida riportante sette comportamenti che segnalano strategie di questo genere, chiamandoli i “sette peccati del Greenwashing”. Se un’azienda mette in pratica uno o più atteggiamenti tra quelli elencati sotto, forse non è proprio così green:

  1. Peccato dell’ informazione nascosta (sin of hidden trade-off): proporre un prodotto come ‘verde’ basandosi su un insieme ristretto di caratteristiche, senza porre attenzione ad altre importanti questioni ambientali. La carta, per esempio, non è ecologica solo perché proviene da una foresta a gestione sostenibile. Esistono altre caratteristiche importanti per l’ambiente nella produzione della carta, come ad esempio le emissioni di gas a effetto serra o l’uso di cloro nello sbiancamento.
  2. Peccato della mancanza di prove (sin of no proof): dare un’ affermazione ambientale che non può essere spiegata da informazioni di supporto facilmente accessibili o da un’affidabile certificazione. Esempi comuni sono le veline o la carta igienica che dichiarano varie percentuali di contenuto riciclato senza fornire prove.
  3. Peccato della vaghezza (sin of vagueness): dare un’indicazione così mal definita o ampia che il suo vero significato rischia di essere frainteso da parte del consumatore. ‘100% naturale’ è un esempio. Arsenico, uranio, mercurio e formaldeide sono tutti presenti in natura, ma sono velenosi. ’100% naturale’ non è necessariamente ‘verde’.
  4. Peccato dell’adorare false etichette (sin of worshiping false labels): un prodotto che, attraverso parole o immagini, dà l’impressione di approvazione di terzi in assenza di tale approvazione; etichette false, in altre parole.
  5. Peccato dell’irrilevanza (sin of irrelevance): dare un’affermazione ambientale che può essere veritiera, ma non è importante o utile per i consumatori che cercano prodotti ecologicamente sostenibili. ‘Privo di CFC’ è un esempio comune:  è una domanda frequente, ma i CFC sono vietati già dalla legge.
  6. Peccato del male minore (sin of lesser of two evils): dare indicazioni vere nei confronti di una categoria di beni, ma che distraggono il consumatore dal reale impatto ambientale del prodotto in questione. Ad esempio, dire che la macchina sportiva che si vuole vendere consuma meno della media della categoria non significa che sia a basso impatto ambientale.
  7. Peccato del raccontare frottole (sin of fibbing): dare dichiarazioni ambientali semplicemente false. L’esempio più comune sono quei prodotti pubblicizzati come se avessero determinate certificazioni che in realtà non hanno.

Dunque, chi è senza peccato scagli il primo prodotto!

E tu? Vuoi vedere se sei in grado di riconoscere qualche peccato? Esercitati con questo gioco!